Quando l’Associazione di categoria si limita a vendere servizi

Le grandi sedi e le sale riunioni non servono più: ora è il momento di promuovere progetti gestiti da piccoli gruppi, le buste paga può elaborarle anche l’ultimo dei commercialisti. Le confederazioni devono tornare a fare sinergia, anche nell’era di Zoom


di Amedeo Faino


L’economia italiana è unica nel suo genere, per conformazione stilistica, per additivi geografici, per le tante necessità che abbiamo saputo mascherare in virtù. Siamo quelli delle piccole e medie imprese, siamo in tanti ma siamo minuscoli dinanzi ai colossi americani e cinesi. Proprio come le formiche sopportiamo pesi che sono sproporzionati al nostro fatturato, alla nostra corporatura.

Alle piccole aziende di casa nostra viene chiesto di garantire un forte gettito fiscale, di occuparsi della formazione delle nuove leve, di adempiere a doveri comunitari che, in altre culture, spettano alla politica o comunque a campi lontani dall’industria.

Le nostre aziende sono spesso a gestione famigliare, hanno radici profonde e certo non godono dei potenti mezzi che le grandi multinazionali possono schierare sul campo qualora si palesasse una grande novità storica. Quanta fatica nel tradurre il nostro sistema produttivo alla fase dell’internazionalizzazione? Quanta difficoltà nel portale l’era digitale a ridosso del tornio e della saldatrice? Proprio per questo, in Italia più che in qualunque altra parte del mondo, sono indispensabili le associazioni di categoria, gli aggregatori di realtà modeste ma dalla passione smisurata, una sorta di collante indispensabile per unire le forze, soggetti con la funzione di fare da cartilagine tra chi legifera, tra le organizzazioni continentali e la sala di lavorazione.

Ebbene, scordiamoci l’associazione come l’abbiamo vista in questi ultimi vent’anni. Avere migliaia di associati non ha importanza se il fine ultimo della confederazione è quello di promuovere servizi amministrativi. Se l’associazione diventa un naturale concorrente dell’ultimo studio contabile di provincia allora l’associazione cessa di essere funzionale al sistema economico del Paese.

Se l’associazione intende rimettersi al centro è indispensabile tornare dalla parte giusta della barricata: fornire servizi a basso costo non basta. Non più, non ora.

Nasce l’urgenza di favorire il dialogo tra le realtà imprenditoriali, affinché l’esperienza di ciascuno possa fungere d’ausilio a chi si appresta ad affrontare il medesimo viaggio di lavoro, la medesima fiera all’estero.

Oggi occorre tutelare l’operato di ciascuno e dobbiamo abbandonare l’idea dei grandi numeri, delle grandi sedi con immense sale per le riunioni favorendo il lavoro a piccolo gruppo, le attività che coinvolgono un numero limitato di soggetti pronti ad affrontare insieme un progetto innovativo, una commessa importante. Oggi, nell’era di Zoom, è questo quello che chiedono i piccoli imprenditori. L’associazione deve assomigliare meno ad un partito, meno ad una agenzia di servizi e deve ritrovare la sua naturale funzione: favorire la sinergia tra le aziende, fare valere la voce delle imprese sui tavoli romani e fornire degli strumenti per permettere alle nostre realtà di stare al passo con le grandi economie mondiali.

Riusciranno le associazioni a sopravvivere a questo momento storico? Confederare le piccole e medie realtà imprenditoriali resta fondamentale, ma serve una potente ventata di puro pragmatismo ed un ritorno alle origini. Ci sono servizi che hanno completato la loro funzione nel tempo e ci sono novità, spesso correlate al mondo della comunicazione e della promozione, che vanno affrontate a muso duro. Se le grandi associazioni non torneranno a vivere i nostri quartieri artigiani gli imprenditori si organizzeranno in autonomia, in piccole reti e sarà una svolta che resterà nella storia. Credetemi, le buste paga può elaborarle il commercialista.