Lettera dal fronte: la guerra del tutti contro tutti


A pochi giorni dal picco epidemico l’umanità si ricorda che la vita è preziosa ma fragile. Considerazioni senza pretese tra libri già letti, momenti di ottimismo e la consapevolezza che rialzarsi non sarà semplice


A cura di Amedeo Faino

La normalità non è pane per tutti i giorni. Siamo quelli della robotica, della grande innovazione tecnologica e poi basta un colpo di tosse per farci tornare nell’Alto Medioevo.

Lavatevi le mani, col sapone, state distanti e non mettete il naso fuori dalla porta. Tutto qui, le case farmaceutiche rappresentano una delle lobby più potenti al mondo ma, al momento, l’unico rimedio è strofinare bene, spesso e con cura.

Ore libere, tra ieri e domani, giorni strani, era facile vedersi ogni sera. Al telefono la nonna mi rassicura, lei ha perso amici e parenti con la spagnola e ha visto la sua famiglia a letto con la febbre asiatica. Secondo la nonna, ogni cinquant’anni, la natura si schiarisce la gola, tanto per ricordarci che non siamo immuni a tutto e che la vita è cosa preziosa ma fragile.

Proprio loro, quei nonni che, alla conta dei morti in tv sembrano valere meno. Quando a cadere sono gli anziani il telecronista tira un sospiro di sollievo, come se malati e vecchi valessero un quarto di meno. A tutti coloro che tirano un sospiro di sollievo vorrei chiedere di fare la lista, degli anziani e dei malati, che sono disposti a perdere, come una formalità, come una casella spuntata su uno di quei questionari proposti dai supermercati o dalle compagnie di energia.

Con tutte queste ore in salotto torna buona anche la collezione di riviste, tra le più gradite quella a Focus Storia. Nei tempi passati, la prima linea degli eserciti inglesi era rappresentata dalle milizie irlandesi, considerate da tanti condottieri come vera e propria carne da macello: venivano lanciati sul campo senza coperture ed il loro scopo era quello di fare uscire allo scoperto il nemico, così da ottenere vantaggi. Una perdita numerosa decisa a tavolino che tanto ricorda certe uscite a gamba tesa del nuovo premier britannico.

Passiamo le giornate a cucinare, a sperare in una notizia positiva, a leggere quel libro amato in tenera età che oggi pare buono come sottobicchiere, induriti da una vita che non ha più certezze.

I social sono strumento curioso: muovono il gregge che belante cambia idea ad ogni nuova tendenza. Oggi c’è la caccia all’uomo forte, al patron bravo a picchiare i pugni sul tavolo; quando la gente ha paura si cerca uno scudo ovunque e gli occhi trasformano una normale berlina in un mezzo corazzato, perché è quello che vogliamo vedere e non quello che possiamo accettare.

Ogni giorno leggo i racconti che l’inviato di guerra Toni Capuozzo pubblica sulla sua pagina, ora il fronte non è in Etiopia ma a Bergamo. Parole dure divulgate da una città con gli attributi, da una città che non è abituata a chiedere aiuto. Tra i tanti passaggi che mi hanno colpito uno più di tutti: il giornalista pensa ai giorni in cui tornerà alla normalità, al caffè al tavolo del bar e alle passeggiate in centro e ci spiega che non divorerà quel momento ma che farà come col gelato quando era bambino: un poco alla volta, altrimenti finisce subito.

Quando inizi a lavorare nelle redazioni paghi dazio, sei il più giovane e tocca a te sistemare la pagina dei necrologi. Ci siamo passati tutti, ma la pagina è al massimo una, specialmente nelle città di provincia. Proprio oggi il sindaco Nicola Cesari (Primo cittadino di Sorbolo Mezzani) altra figura che seguo con interesse, parla di diverse facciate sulla Gazzetta di Parma, volti e nomi di gente che non è guarita. Sempre il sindaco chiede di osservare le regole ma per tanti il virus è ancora cosa lontana, una vacanza che non ti aspettavi.

Ciò che mi spaventa è la modalità con la quale questo male costringe gli ammalati a vivere le ultime ore terrene: sono lucidi, capiscono che è giunta la loro ora, ma restano soli e lontano dai loro cari, dai loro nipoti e dai figli, dagli amici di una vita. Soli, con lo sguardo al soffitto, in una stanza bianca con la vita che ti scorre davanti.

Ho letto di medici ed infermiere che portano con sé un tablet, così da poter videochiamare parenti e amici per l’ultimo saluto e non posso fare a meno di immaginarmi questa scena, due persone ieri sconosciute costrette a condividere momenti così toccanti. Penso al peso che medici e operatori sanitari devono reggere, tutti i giorni, nel cuore e sulle spalle.

Addetti alle pulizie, centralinisti, operatori del pronto soccorso, medici e ricercatori: penso ai tanti tagli alla sanità e alla scienza e voglio sperare che la prossima volta, chi ha potere, non se ne lavi le mani. Strofinare bene, spesso e con cura.

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