Lavoro e reddito di cittadinanza: se i trentenni gettano la spugna

Il numero di ragazzi che non studia e non cerca lavoro è in aumento, se la fetta di chi produce ricchezza si assottiglia e quella di chi richiede sussidi aumenta rischiamo di distruggere anche quello che ci rimane


di Amedeo Faino


Lavoro molto, da sempre. Durante il mio periodo al Giornale di Reggio, oltre alle mansioni di collaboratore ed inviato, curavo appieno diversi aspetti di eventi molto coinvolgenti come la Fossil Cup, come WeWrite. Uscivo di casa prestissimo, tornavo tardi e di certo non guadagnavo molto, a volte lavoravo sette giorni su sette.

Nel 2008 incassai la mia prima ricevuta per prestazione occasionale da parte di un giornale vero, circa duecento euro.

Oggi coordino diversi uffici stampa e ricopro ruoli dirigenziali all’interno di una piccola azienda che sta diventando grande, ma in passato ho fatto il cameriere, il barista e quando arrivai al quotidiano mi occupavo delle attività più noiose, dalle classifiche del calcio Dilettanti da aggiornare alle brevi da inserire nelle pagine di provincia, perché la gavetta bisogna farla. Passavo il sabato sera in redazione con Cinzia a cercare al telefono il risultato mancante della Juniores Provinciale, senza quel risultato non potevo raggiungere i miei amici al Corallo o in pizzeria.

Il mondo del lavoro è cambiato radicalmente, a dirlo è uno che non è certo l’erede della famiglia Carrington di Atlanta, oggi è difficile trovare ciò che s’immagina da bambini ma credo sia ancora più grave arrendersi e paralizzarsi in una morsa materna che garantisce tepore e rassicurazioni senza sforzo alcuno.

Tutti pretendiamo di avere il figlio dottore, inoltre l’italiano è il piccolo proprietario di immobili per eccellenza, usi e costumi che certo non aiutano l’aitante anatroccolo a lasciare il nido.

Non possiamo però limitarci a scegliere tra dirigere la Ferrero o fare il disoccupato, ciò che mi spaventa è il numero crescente di giovani (ma non giovanissimi) che appendono le scarpette al chiodo senza nemmeno una presenza nel mondo del lavoro. Il numero di ragazzi che non studia e che non cerca impiego è in costante aumento, una piaga sottovalutata che aiuti e reddito di cittadinanza hanno nascosto sotto il tappeto. Peccato che, quel tappeto, è stato steso dagli attuali sessantenni, prossimi alla pensione e certamente non eterni. Cosa accadrà quando la locomotiva dei nati negli anni ’60 e ’70 si fermerà? Scena d’oggi: il figlio a casa sul divano ed il padre sessantaduenne sul ponteggio a fare il carpentiere.

Domanda ovvia ma che nessuno si pone: se la fetta di chi produce ricchezza si assottiglia e quella di chi richiede il reddito di cittadinanza aumenta come faremo? Scuole, strade, ospedali: per tenere in piedi uno Stato serve il gettito fiscale. Chi paga? Chi pagherà tra dieci anni?

Che sia chiaro, ci sono tanti ragazzi che a 25-30 anni lavorano come non mai e che si impegnano, alcuni fanno l’avvocato altri svuotano cantine: ho stima per entrambi, allo stesso modo.

Forse è giunto il momento di sfatare qualche mito: punto primo, il posto fisso non esiste, è morto, è stato spazzato via da una globalizzazione vorace. Gli anni d’oro non torneranno più, ora tocca a Singapore, Cindia e dintorni: è il loro turno d’essere ricchi. Indeterminato è una parola che mai sarà realmente accostata alla parola contratto, perché tutto apre e tutto chiude e poco importa cosa c’è scritto sulla tua busta paga. Secondo punto: lo zio che conosce il cugino che conosce l’assessore è morto, d’infarto, la vostra raccomandazione per l’ufficio pubblico non arriverà mai. Terzo punto: siate pragmatici, studiate un piano B, un piano C ed un piano D. Se non riuscite a sfondare come direttore sportivo imparate a saldare e a lavorare al tornio. Punto numero quattro: gli ambulanti al mercato della frutta, i piastrellisti, i trattoristi, gli addetti al giro del latte: noi trentenni possiamo fare anche questi mestieri, ogni lavoro merita rispetto, non abbiate paura. Punto numero cinque: riscoprite l’agricoltura, sviluppate il turismo di vicinato e date valore al settore agroalimentare, solo così riusciremo a dare da mangiare all’Italiano del 2040.

Mi torna in mente una storia di un mio caro amico che lavorava a Reggio Emilia in una azienda che produceva termosifoni in ghisa tra gli anni ’50 e ’70. Questo signore, che studiava da ingegnere, d’estate prestava servizio in questa fabbrica come “montascale”. Il suo compito era quello di caricarsi i termo in spalla e di portarli dalla produzione all’ultimo controllo nei laboratori, su e giù per le scale senza battere ciglio. Dobbiamo ritrovare questa verve. Tutto è più difficile e nulla vi sarà regalato. Ora che ne siamo consapevoli prendiamone atto e vediamo da che parte iniziare.

Mentre aspettate l’occasione della vita andate a fare i boscaioli o i traslocatori, la generazione che ha reso l’Italia una nazione industrializzata e con la sanità aperta a tutti è nata lavorando, non stando sul divano e aspettando il bonifico del Mago Zurlì.