La Guerra dei Poveri

Il mondo è cambiato senza nemmeno darci il tempo di metterci le scarpe e i potenti di oggi sono cento volte più ricchi di Napoleone e di Gengis Khan


di Amedeo Faino


Il coronavirus avrà anche peggiorato le capacità olfattive di tanti, ma il tanfo che emana la nuova Guerra dei Poveri è sotto il naso di tutti, questo lezzo si solleva e attraversa tantissime categorie di lavoratori, gente che non ha diritti e che non può nemmeno permettersi il lusso di fermarsi a pensare. L’algoritmo non prevede riflessioni.

Pensiamo per esempio alla multinazionale che vende mobili a basso costo in tutto il mondo.

Una volta scelto l’ingombrante armadio sarete subito costretti a pagare in anticipo l’intera somma, incluso il costo del trasporto e del montaggio. Non sarà possibile pagare alla consegna, come in qualsiasi trattativa seria, la multinazionale vi chiede di credergli sulla parola e vi estorce subito l’intera cifra, senza la possibilità di scoprire, con precisione, in che data vi sarà consegnato il bene che avete acquistato e senza la possibilità di poter verificare la qualità delle componenti prima di pagare. Non se ne parla, si paga subito e poi si vede.

Dopo qualche settimana arriva la consegna dell’armadio, pagato in anticipo, come nei sogni di tutti i piccoli imprenditori di casa nostra che, nelle migliori delle ipotesi, accettano pagamenti a centoventi giorni.

Sotto casa vostra vedete arrivare un furgone a noleggio, quelli con la scritta otto euro l’ora sulla fiancata. Dall’automezzo smontano quattro bravi ragazzi dell’est, vengono da chissà dove ma alla fine sono dei lavoratori sottopagati come tanti e quindi provi una certa empatia verso questi energumeni che fanno il lavoro di un montacarichi per pochi spiccioli l’ora e con chissà quale contratto di lavoro.

Arrivano di fretta, hanno una tabella di marcia serratissima, solo uno di loro indossa la mascherina, sporca ed in cattivissime condizioni, in tre non parlano una parola di italiano, solo uno spiccica qualche mezzo termine, merito di Modugno e del Milan, ambasciatori della nostra lingua nei paesi Ex Urss.

Cerchi di fargli capire dove va messo, come va montato.

Alla fine non coincide, il tempo è poco, due mensole sono rotte e una delle ante è scheggiata.

Fai reclamo, compili il foglio, ma nel frattempo hai già pagato tutto e ripensi al giorno in cui hai voltato le spalle al piccolo mobiliere di paese per perderti tra secchi in pvc che rovesciati diventano sgabelli.

Ti volti e dopo una breve analisi speri di: non esserti contagiato dato che delle mascherine nemmeno l’ombra, hai tutto negli scatoloni e nella stanza primeggia il monumento all’incazzatura: mezzo armadio montato e mezzo vuoto perché danneggiato e da sostituire. Sei arrabbiato ma non con quei poveretti dei facchini, che certo non hanno imparato a trattare il legno a Bassano. Eppure l’azienda è immensa e potrebbero fare meglio, potrebbero formare il personale ed invece è solo schiavitù ed aritmetica.

Ti arrabbi e ripensi al grande Impero Romano e ti piacerebbe attraversare l’Europa alla testa di mille legioni per ricostruire il Vallico di Adriano così da ritrovare la pace e ridare forza alle antiche corporazioni dei falegnami nostrani. Al marangon in Emilia.

Non sopporti nessuno, nemmeno Babbo Natale.

Il giorno dopo chiami il servizio clienti, levatevi davanti che per la mia rabbia enorme mi servono giganti.

Ma anche in questo caso mi risponde un povero lavoratore di un povero call center, pagato poco per essere insultato tanto. Capisco che la mia ira è indirizzata su un fronte non belligerante, mi scontro contro una linea difensiva oramai esausta, passiva. Mi dicono che, nel giro di quattro settimane, qualcuno mi contatterà per riparare al torto subito, ma io vorrei bombardarli con le centinaia di brugole che infilano nei pacchi. Accetto la resa, ma con riserva, e torno nei ranghi. Cessate il fuoco. Non c’è modo di parlare con qualcuno pagato abbastanza per subire la mia paternale e quindi mi sento disarmato.

Il caro maestro Ponch Codeluppi ha provato a mettermi in guardia con una grande canzone, ma io ho ignorato anche i versi del filosofo di Dietro il Rio. La colpa è mia.

Una volta appreso il quadro penso ai facchini, agli operatori dei call center, ai riders che portano i panini, ai corrieri che ti consegnano le testine di ricambio per lo spazzolino e a tutto il sottobosco che muove il web e le grandi multinazionali.

A spaventarmi è il fatto che mai i potenti sono stati così pochi e così ricchi, i giganti del web sono dieci volte più influenti di Napoleone e hanno cento volte il denaro di Gengis Khan.

Il piccolo commercio è stremato, provato da una perenne agonia che dura da anni.

Rischiamo di ritrovarci con una manciata di colossi pronti a spartirsi il mondo, giganti capaci di finanziare cento campagne elettorali in contemporanea e questo non può che spaventarmi.

Nel frattempo è morto Diego Armando Maradona, le tredicesime in arrivo hanno rallentato il virus e noi non possiamo fare altro che stare alla finestra ed osservare il mondo cambiare radicalmente nel giro di pochi anni, tutto sarà diverso anche se noi non siamo pronti.