La fotografia del mondo del lavoro durante il lockdown

Le inchieste al Liceo - Quali effetti ha avuto la pandemia sui lavoratori? Da studi e ricerche risulta che a causa della crisi economica i posti di lavoro sono diminuiti non solo in Italia ma anche in altri paesi europei


A cura di Sofia Tassi, Alessandro Bocedi, Sara Evangelista e Margherita Vecchi (IV^ Liceo Scientifico Statale "Wiligelmo" di Modena)


Quali effetti ha avuto la pandemia sui lavoratori?

Ponendoci questa domanda abbiamo raccolto informazioni intervistando lavoratori di vari settori produttivi che hanno continuato a lavorare durante il lockdown. Abbiamo affrontato questo argomento oggetto di continue e inevitabili considerazioni, perché le ricadute economiche non riguardano solo il presente ma incideranno soprattutto sul nostro futuro.


Sofia Tassi


Coronavirus: il lavoro tra dubbi e consapevolezze


L’irruzione del Covid sulla scena mondiale ha comportato grandi sconvolgimenti e ha imposto, anche nel nostro paese, l’adozione di misure restrittive che hanno però inficiato sul lavoro di molte persone. La quiete dei giorni precedenti al lockdown non lasciava presagire nulla di buono e di lì a poco sono state chiuse le scuole, i negozi, le fabbriche. Molti si sono ritrovati senza retribuzione a fine mese, alcuni hanno aspettato invano la cassa integrazione, altri, i più fortunati, hanno invece continuato a lavorare dotandosi di tutti i dispositivi di sicurezza necessari. A questo proposito, per conoscere come hanno affrontato e vissuto questa situazione, abbiamo intervistato una vasta gamma di lavoratori in modo tale da fornire una sorta di fotografia della situazione lavorativa durante il lockdown. Il Covid è stato percepito da tutti come una sorta di terremoto che ha sconvolto ma soprattutto ha fatto crollare le consapevolezze acquisite fino a quel momento e hanno evidenziato come abbia imposto a tutti di reinventarsi e adeguarsi alle circostanze. L’impatto, più che sugli aspetti organizzativi del lavoro, si è avvertito sul piano relazionale. In questo senso risulta particolarmente significativa la testimonianza di un medico, Sauro Tassi, Primario di Otorinolaringoiatria all'Ospedale "Ramazzini" di Carpi e "Santa Maria Bianca" di Mirandola, che si è ritrovato in trincea fin dal primo giorno. “Questa pandemia ha inevitabilmente incrinato i rapporti medico-paziente ma soprattutto ha comportato l’innalzamento di un grosso muro, non possiamo negarlo. Immaginate per un attimo i pazienti che arrivano in ospedale, che stanno male, che faticano a respirare, che si sentono morire. Provate a pensare cosa devono provare nel vedere intorno a loro medici con cui non possono interagire direttamente, fisicamente. Si è creato una grande distacco legato alla necessità di rispettare le diverse prescrizioni e disposizioni; questo allontanamento ha sul paziente un impatto estremamente negativo, quegli abbracci che dovevano rassicurarlo ora non si possono più dare. Dispiace, dispiace perchè nei loro occhi vedi una ricerca di aiuto, di sicurezza, di speranza ma non puoi fare quasi nulla per trasmettergli il calore, l’affetto che meritano.” Come lui, anche i professori intervistati hanno ravvisato un doloroso e necessario cambiamento nel modo di relazionarsi, in questo caso con gli studenti. Nel periodo di lockdown, in cui ognuno di noi era estremamente avvilito, demoralizzato si è avvertita in maniera evidente la mancanza di un rapporto, al di fuori del nucleo familiare, vero, fisico perché, come abbiamo avuto occasione di sperimentare, una lezione o una chiamata davanti al computer non sono la stessa cosa.

Ogni storia che ascoltavo mi parlava di persone animate dal desiderio di essere utili, di fare qualcosa per aiutare gli altri. Un medico desideroso di salvare vite, un professore voglioso di sollazzare l’animo degli studenti, una dirigente scolastica pronta a tutto pur di permettere ai ragazzi un'istruzione adeguata, un operatore della Caritas disposto a lavorare fino a tarda serata per predisporre e organizzare le diverse consegne. Ciascuno di loro è stato pervaso, per così dire, da una grande senso civico nella sua connotazione più letterale. Il nostro paese aveva bisogno di loro e, senza alcuna riserva, si sono fatti trovare pronti senza sottrarsi al loro compito. Questa grande dimostrazione di responsabilità̀ e serietà̀ si è riscontrata anche a livello popolare. Come sottolineato dall’ operatore della Caritas Diocesana, nei mesi del lockdown la solidarietà̀ dei cittadini e degli enti locali è aumentata in maniera esponenziale così come l’afflusso di volontari. Sugli egoismi e sugli individualismi ha prevalso uno spirito di abnegazione che ha rivelato quanto, ancora una volta, nei momenti drammatici il popolo italiano non si sottragga e non si risparmi nell’aiutare l’altro. Tante persone hanno preso consapevolezza di ciò che accadeva e hanno sentito il desiderio di non rimanere inerti, immobili di fronte alla guerra che ci siamo ritrovati a combattere. Nel periodo di lockdown, per tutti gli intervistati, il lavoro è diventato duro, estenuante e incessante. La memoria rievoca le giornate di grande sforzo sull’orlo dello stremo, ma anche momenti di profondo sconforto in cui il peso della fatica e delle responsabilità̀ si facevano sentire. “Certo è stata dura motivarsi e effettivamente l’idea di avere qualche ripensamento c’è stata soprattutto nei momenti più difficili. Poi però sono comunque contenta perché penso che in questo modo ci si sia fatti le ossa e forse saremmo pronti ad affrontare, speriamo mai, nuove situazioni emergenziali. Io sono convinta che nelle difficoltà in generale le persone tirino fuori il meglio di loro e sappiano trovare energia che nemmeno immaginavano di avere”. Così la dirigente scolastica del Liceo Wiligelmo rispondendo ad una nostra domanda. Penso che questa risposta riassuma la grande forza di volontà̀ di tutte le persone che, tra mille difficoltà e peripezie, hanno continuato a lavorare senza desistere dalle proprie mansioni. A volte facendo anche di più. Forse il cambiamento più radicale che abbiamo dovuto affrontare è quello di imparare, nella vita privata come in quella lavorativa, a saper vivere di incertezze, di dubbi. Noi che eravamo abituati a programmare, in maniera estremamente minuziosa, ogni aspetto della nostra quotidianità ci siamo ritrovati a non sapere nemmeno cosa ci avrebbe riservato il giorno dopo. In questo contesto di incertezza, di preoccupazione, di smarrimento, per coloro che hanno continuato a lavorare, il lavoro ha rappresentato un'ancora di salvataggio per sfuggire alla monotonia delle giornate, un luogo in cui rifugiarsi per sottrarsi alla noia. Penso che soprattutto nei mesi di lockdown ma anche in quelli successivi si è compreso fino in fondo quanto sia importante avere un'occupazione, un motivo per cui alzarsi la mattina, un qualcosa che dia un senso, uno scopo alla vita. Come diceva un saggio: “Il lavoro nobilita l’uomo”.


Alessandro Bocedi


Lavoro: il lockdown miete vittime tra donne e giovani


L’avvento della pandemia nel nostro paese e il conseguente lockdown stabilito dal Governo per limitare l’aumento esponenziale dei contagi, ha colpito milioni di lavoratori, tra dipendenti e autonomi, la cui attività lavorativa è stata sospesa o ridotta.

Da febbraio a giugno in Italia sono spariti ben 598 mila posti di lavoro, data la diminuzione dell’attività economica dell’oltre il 17% rispetto all’anno precedente. L’Istat mostra che in Italia, durante il lockdown il calo degli occupati è stato del 2,57%, percentuale non troppo elevata o perlomeno inferiore rispetto a quella di altri paesi, grazie alle misure adottate dal governo come la cassa integrazione e l’attivazione del blocco dei licenziamenti.

Ma il vero problema è che la parte di lavoratori maggiormente segnata dalla crisi economica è costituita da donne e giovani.


Perché?

Per quanto riguarda le donne, questa crisi ha coinvolto servizi in cui l’occupazione femminile è sostanziale, come la ristorazione, il turismo, la moda e il commercio al dettaglio. Perciò la paralisi di questi settori ha fatto pagare alle lavoratrici un prezzo molto alto​. ​Inoltre, per coloro che hanno avuto il privilegio dello smart-working, lavorare è diventato difficoltoso, dovendosi occupare, al contempo, della gestione dei figli, impossibilitati a frequentare le scuole.

Dall’altra parte l’occupazione dei giovani e giovanissimi è scesa drasticamente. Il crollo percentuale è stato il quintuplo rispetto alle medie nazionali, con un ribasso del 12,5% degli occupati tra i 15 e i 24 anni. In parte questo potrebbe essere dovuto alla cassa integrazione, che favorendo il mantenimento dei dipendenti con contratti più solidi, spesso un po’ più avanti con gli anni, ha sottratto denaro finalizzato all’assunzione di nuovi lavoratori e ha sfavorito anche i precari con contratti in scadenza, che costituiscono generalmente la parte dei lavoratori più giovani.

E ora che effetto avrà la fine del blocco dei licenziamenti, programmata per il 31 marzo? La situazione migliorerà o peggiorerà?

La verità è che le conseguenze saranno visibili soltanto più avanti, ma molto probabilmente, il problema occupazionale è​ destinato ad accentuarsi e diventare ancora più preoccupante, inoltre, un possibile effetto riscontrabile potrebbe essere l’aumento del lavoro in nero, nel caso in cui l’elevato numero di persone interessate non riuscirà a trovare un’occupazione in regola.


Sara Evangelista


Spagna: uno sguardo sul mondo


Tutti conosciamo, chi più chi meno, come è stata gestita la situazione di emergenza nel nostro paese ma, volendo dare uno sguardo al di fuori della nostra realtà, come si sono comportati gli altri stati? Per rispondere a questa domanda ci siamo avvalsi dell’aiuto di Judith, mamma di una mia cara amica, che vive in Spagna e si occupa della gestione di appartamenti nel settore turistico. Di seguito le domande che le abbiamo posto.


Come avete vissuto il lockdown a livello lavorativo?


Come imprenditrice, di fronte al blocco e alla nuova situazione di pandemia, mi sono “reinventata”, gli appartamenti che gestisco per i turisti che vengono per pochi giorni in vacanza, li ho affittati mensilmente, e per fortuna è andata bene. Penso che i momenti di crisi portino con sé anche opportunità: i miei “appartamenti turistici” servono adesso per ospitare tanti studenti che sono rimasti bloccati a Barcellona a causa delle restrizioni e che prima condividevano alloggi con altri studenti, e con il COVID-19 hanno preferito vivere il confinamento da soli, al fine di diminuire la probabilità di essere contagiati. Poi ci sono anche persone che, scaduto il contratto d’affitto, hanno preferito prendere un alloggio stagionale, che consentiva una flessibilità maggiore di fronte alla generale incertezza di quel periodo.


E a livello personale?


Come mamma, ho vissuto il lockdown da un punto di vista diverso: ho intravisto in esso la possibilità di trascorrere del tempo con la mia famiglia al riparo dai soliti ritmi frenetici. Riprendendoci i momenti di dialogo e godendocene altri come parlare per ore a tavola, cucinare insieme o fare la “serata cinema” di fronte alla TV tutti sul divano.


Gli appartamenti che normalmente affitavi ai turisti sono stati messi a disposizione anche per le persone affette da Covid?


Io in prima persona non ho messo gli appartamenti a disposizione per l’emergenza. Gestisco le proprietà dei miei clienti e devo garantire loro il profitto negli affari poiché né il governo né le istituzioni private offrono un contributo come sostegno delle spese.


C’è stato un aumento degli appartamenti affittati (magari da lavoratori che dovevano spostarsi causa emergenza Covid)?


Ho saputo che ci sono stati degli hotel che hanno ricevuto persone colpite in qualche modo dalla pandemia, non saprei se si è registrato un aumento di lavoratori che sono arrivati per fronteggiare l’emergenza, poiché ritengo che Barcellona abbia uno staff permanente di medici, personale infermieristico e anche amministrativo che vive qui.


L’introduzione delle misure di contenimento ha portato a una perdita dal punto di vista economico?


In generale il confinamento e le misure di contenimento territoriale hanno portato senza dubbio all’imminente crisi economica. Barcellona vive di turismo, l'80% dei suoi ingressi provengono dai turisti che ogni anno visitano la città e quindi l’improvviso arresto di tutte le attività che stanno dietro a questo settore, non ha fatto altro che portare a una grande perdita per il paese.


Che misure di sicurezza sono state adottate dal Governo?


Le misure assunte non hanno dimostrato coerenza e ad oggi continuano a essere disorganizzate e contraddittorie: aprono i bar e ristoranti ma non le palestre, chiudono i negozi, centri commerciali, spiagge per mantenere la distanza tra la gente, ma il trasporto pubblico non ha mai smesso di funzionare, anche all'inizio della pandemia, quando il confinamento era totale. La metro di Barcellona è sempre stata piena di gente mentre i parchi all’aria aperta sono stati chiusi.


Cosa ne pensi della situazione attuale a Barcellona?


In questo momento penso che la sensazione di “paranoia” che ci ha coinvolto all'inizio, sia scesa un po' capendo che la vita si deve riprendere. Questo virus non è il primo che l’uomo ha dovuto affrontare nella storia, né sarà l'ultimo. La vita deve andare avanti.


Margherita Vecchi

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