Influencer: la deontologia nell’era della repubblica dei selfie


#ad o #adv diventano sigilli di garanzia per determinare ciò che è reale e ciò che è “sponsored by” nel mondo dell’influencer marketing

Un hashtag ci salverà.

O meglio: un hashtag determinerà ciò che è reale da ciò che è #adv.

L’influencer marketing, che risiede in una sorta di zona grigia nel mondo pubblicitario e social, è un fenomeno in continua crescita che non sempre è facile da riconoscere.

La piattaforma che più ne presenta esempi è sicuramente Instagram, il social che ha fatto delle immagini la sua più grande forza.

Immagini che sono bellissime, patinate, di lusso sfrenato e di vestiti d’alta moda. Immagini che raccontano di vite da sogno, vite che di reale, però, spesso hanno poco.

Fatto sta che queste immagini il follower medio le guarda, le assimila, le invidia e, se riesce, cerca di imitarle. Senza sapere che spesso, dietro quelle immagini, c’è un brand.

Qui entra in campo chi i consumatori, che qui definiamo follower ma fondamentalmente consumatori sono, li deve difendere.

È così che già da tempo queste immagini apparentemente perfette riportano spesso un hashtag particolare: #ad (o #adv).

Questo hashtag dovrebbe aiutare gli utenti della rete ad osservare queste foto per quello che realmente sono, ovvero pubblicità.

Pubblicità neanche troppo oneste, considerato che si mascherano da lifestyle scelti da personaggi di rilievo, con svariate migliaia/milioni di seguaci pronti a tutto pur di poter vivere anche solo per un secondo l’emozione di sentirsi come loro.

È stato Massimiliano Dona, presidente dell’Unione nazionale consumatori, uno dei primi a sollevare critiche all’influencer marketing e a richiederne una regolarizzazione.

Regolarizzazione che è arrivata, sotto forma di norme chiare e trasparenti da seguire, per metter fine alla pubblicità che pubblicità non sembra (e quindi più efficace diventa).

Sta tutto nelle caption, che devono riportare diciture come “Promoted by … brand” o “Sponsorizzato da … brand/Sponsored by … brand”, o “in collaborazione con … brand/In partnership with … brand”, e hashtag quali “#Pubblicità/#Advertising”, o “#Sponsorizzato da … brand/#Sponsored by … brand”, o “#ad” unitamente a “#brand”.

Ottimo. Una sorta di timbro di autenticazione, che permette al follower di andare oltre l’apparenza e vedere la sostanza, in questo caso di pura pubblicità.

La problematica sollevata però dalla Camera Nazionale della Moda, ad oggi, sembra essere quella relativa ai regali.

Se un brand, magari un marchio di moda (il settore che più utilizza l’influencer marketing, ovviamente), decide di fare un regalo ad un influencer, è davvero necessario inserire ads scomodi?

Sempre Dona risponde: “quanto chiede la Camera della Moda sull’utilizzo dell’hashtag #adv mi sembra un passo indietro in trasparenza. Che sia un regalo o semplicemente le spese di partecipazione pagate dal brand all’influencer, si tratta comunque di un contenuto sponsorizzato che l’influencer promuove non del tutto spontaneamente, perché dunque non dovrebbe essere etichettato con #adv?”

Sicuramente la situazione non finirà qui.

Il dibattito continuerà, sempre più vivo e sempre più distante da ciò che è davvero importante: l’influenza che i social media hanno sulle menti degli utenti, soprattutto dei più giovani.

E nel frattempo la sottile linea tra ciò che è onesto e ciò che lo è meno si assottiglierà sempre di più, in maniera quasi impercettibile: tanto basta un hashtag.

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