Impresa femminile, ancora numeri troppo bassi in Italia

Solo il 14% delle pmi manifatturiere potrebbe definirsi in "rosa". Sono oltre 1 milione e 300 mila le imprese femminili in Italia, poco più di 1 su 5 (22%) stando ai dati di Unioncamere


Roma, 15 giugno 2021 - Sono oltre 1 milione e 300 mila le imprese femminili in Italia, poco più di 1 su 5 (22%) stando ai dati di Unioncamere.

Eppure, potrebbero essere molte di più. In Italia, infatti, è considerata impresa femminile la società cooperativa e la società di persone, costituita in misura non inferiore al 60% da donne e la società di capitali le cui quote di partecipazione spettino in misura non inferiore ai 2/3 a donne e i cui organi di amministrazione siano costituiti per almeno i 2/3 da donne. Questo recita la Legge 215/92.

Una definizione che però si scontra con la realtà produttiva ed economica del nostro paese composto per il 92% da pmi che sono per lo più a conduzione familiare, aziende e industrie che si tramandano di generazione in generazione, indistintamente a figlie e figli.

A lanciare l’allarme su questa definizione quanto mai datata e inappropriata è il Gruppo Donne di Confimi Industria che per denunciare quanto queste percentuali siano penalizzanti ha promosso un’indagine per conoscere l’incidenza femminile all’interno delle pmi manifatturiere che Confimi rappresenta.

È emerso che l’81% delle società di persone ha dei soci donna e in poco più di un’impresa su due (54%) le socie rivestono il ruolo di amministratore unico o presidente. Ma c’è di più in 9 aziende su 10 le donne rivestono ruoli apicali: responsabili amministrative (41%), responsabili commerciali (22%), responsabili acquisiti (22%), responsabile marketing e HR (15%).

Situazione analoga anche per le società di capitali, presenti in maggior numero all’interno del sistema produttivo rappresentato da Confimi Industria: il 66% delle aziende ha dei soci donna. E in quasi 8 (77%) aziende su 10 rivestono ruoli apicali.

Numeri che lasciano ben sperare. Eppure, in relazione all’attuale legge, solo il 14% di quelle manifatturiere potrebbe definirsi “in rosa”.

Per far sì che si rivedano i parametri – anche alla luce dei fondi stanziati in occasione dell’ultima Legge di Bilancio e previsti nella Missione 5 del PNRR che prevede finanziamenti in supporto della formazione e dell’incidenza femminile nell’economia italiana - il Gruppo Donne di Confimi Industria ha presentato la propria indagine ad alcune esponenti della politica italiana in occasione dell’appuntamento digitale “L’impresa è femminile per definizione”.

Ad ascoltare la proposta di revisione della normativa la senatrice Alessandra Gallone (FI), le deputate Silvia Fregolent (IV), Elena Murelli (Lega), Ylenja Lucaselli (FdI), la responsabile PD delle politiche per la Parità Cecilia D’Elia e Federica Chiavaroli già Sottosegretario alla Giustizia dei Governi Renzi e Gentiloni.

“Proprio per tutelare e valorizzare le specificità del sistema delle pmi e al tempo stesso non penalizzare le imprenditrici che si occupano attivamente della gestione d’impresa, proponiamo di circoscrivere una nuova definizione di impresa femminile pur facendo attenzione a mantenere il concetto di quota maggioritaria” ha spiegato Vincenza Frasca, presidente del Gruppo Donne e vicepresidente di Confimi Industria.

“Nello specifico – ha sottolineato Frasca alle ospiti istituzionali intervenute – vorremmo fossero ritenute imprese femminili le società cooperative e le società di persone, costituite in misura non inferiore al 51% da donne e le società di capitali le cui quote di partecipazione spettino in misura non inferiore al 51% a donne e/o i cui organi di amministrazione siano costituiti per almeno il 51% da donne”.

“Con questa nuova definizione si avrebbe un quadro più realistico dell’apporto delle donne nell’economia – sottolinea Frasca - e proprio in base all’indagine condotta dal nostro Centro studi, si passerebbe a riconoscere come femminili il 33% delle imprese del manifatturiero”.

Ma lo scoglio non è solo Italiano. La stessa UE che promuove l’empowerment al femminile presenta dei vuoti legislativi non indifferenti: non esiste una definizione unica di impresa femminile valida per tutti gli Stati membri. Sarebbe opportuno iniziare a livello europeo a sensibilizzare l’utilità nel fissare i caratteri normativi tipici della fattispecie, come è accaduto per la nozione di PMI, con i criteri proposti del 51%.

“Crediamo inoltre importante superare la definizione di “Imprenditrice” contenuta della risoluzione del parlamento europeo del 13 settembre 2011 sull’imprenditorialità femminile nelle piccole e medie imprese (2010/2275 – Gazzetta Ufficiale dell’UE CE 51/56) in cui si riporta che “un imprenditrice può essere definita come una donna che ha creato un’attività della quale possiede una quota maggioritaria e che si interessa attivamente al processo decisionale, all’assunzione del rischio e alla gestione corrente”. Chi è in fondo Imprenditrice se non quella donna che, sebbene detenga una quota non maggioritaria della società, si interessa attivamente alla gestione della propria Impresa?”

ha concluso la presidente del Gruppo Donne.