Da Posillipo a Sant’Ilario con amore, la storia di mister Vincenzo Cerbo


IMPRESE DI SPORT- Allievo di Silvio Piola e amico di Gattuso, il filosofo del calcio non ha dubbi: “Oggi gli allenatori sono più attenti a portare uno sponsor che a mettere sul tavolo una chiara idea di gioco”


Di Amedeo Faino

SANT’ILARIO (Re) – Ci sono amicizie che durano una vita, che si costruiscono negli anni e che trovano fermento a bordo campo o nei piccoli bar sport di periferia. Vincenzo Cerbo, partenopeo dal cuore infinito, è una di quelle persone che amo incontrare, è l’avventore ideale del mio caffè immaginario, uno che ha sempre il sorriso stampato in volto e una bella storia da raccontare. La prima volta che incontrai il coach era ottobre inoltrato, le giornate si erano accorciate di colpo, forse l’anno era il 2008. Al termine di una partita della Fossil Cup decidemmo di fermarci per una pizza coinvolgendo così le squadre avversarie, i dirigenti e qualche spettatore in una sorta di Terzo Tempo improvvisato. Lungi da me l’idea di sottrarmi ad un banchetto e così partecipai con piacere scrivendo, per giunta, un coinvolgente articolo di colore sul quotidiano del giorno seguente. In quella sera notai che alcuni ragazzi della squadra di mister Cerbo non avevano i soldi per saldare il loro conto e allora, con molta discrezione, l’allenatore saldò il conto al loro posto senza però farsi notare dalla squadra o dal resto del gruppo, il gesto però non sfuggì agli occhi di un giovanissimi inviato sportivo: “Quei ragazzi non navigano nell’oro, anche 10 euro sono importanti per le loro famiglie, io faccio quel che posso ma non voglio che si sappia, non voglio metterli in imbarazzo”. A distanza di dodici anni vi svelo questo piccolo segreto, nella speranza che il mister non si arrabbi. Questo è mister Cerbo, uno sempre pronto a darti una mano.

L’INTERVISTA

Vulcanico per natura, amante delle cronache di Brera e legato ad un calcio di uomini e di storie, di frasi non dette ma udite a distanza. Mister Vincenzo Cerbo è oggi il vicepresidente dello Sporting di Sant’Ilario e collabora con grande attenzione con la famiglia Spocchi e con la proprietà della società sportiva per portare avanti quello che è uno dei feudi più importanti del calcio regionale. L’abbiamo incontrato per farvi conoscere parte della sua straordinaria storia.

“Iniziai a giocare nel 1966, nel Posillipo, dove poi continuai in tra Prima Categoria ed Eccellenza fino a guadagnarmi una maglia da titolare nel Nuovo Napoli, in Serie D. Poi una brutta rottura dei legamenti e l’urgenza di appendere le scarpette al chiodo per non farsi ancor più male” inizia così la storia di Cerbo, che negli anni d’oro del calcio italiano iniziò a scrivere la prima pagina di questa lunga vicenda: “Nel 1976 iniziai il corso di allenatore a Torre Annunziata e come professore ed esaminatore mi ritrovai in classe con Silvio Piola che volle condurre anche il mio esame finale. Una marea di domande, mi ricordo ancora quando mi chiese – Secondo lei cosa non deve mai fare un difensore? – Ed io risposi – Non deve mai passare la palla al centro o sul portiere – Lui fu molto soddisfatto della risposta e mi strinse la mano e poi prendemmo insieme un caffè. Curioso notare che oggi invece i difensori cincischiano sempre col pallone, rischiando spesso di perdere palla a pochi metri dalla linea di porta”.

Gianni Brera divideva il calcio in due grandi scuole: quella partenopea e quella milanese, il tatticismo e l’organizzazione al nord e l’irrazionalità e la fantasia al sud, dove il calore del pubblico ed il furore agonistico ricoprono un ruolo fondamentale: “Arrivai nel 2000 a Sant’Ilario, mi trovai subito molto bene anche perché sono molto socievole e faccio volentieri amicizia con tutti, le differenze non mi spaventano. Mi ricordo che, appena arrivato, portai subito mio figlio ad iscriversi alla Scuola Calcio, volevo che si facesse dei nuovi amici e lo sport è fenomenale quando è necessario creare l’amalgama tra la gente” il mister continua con la sua storia, narrando del suo primo approccio con lo Sporting: “Subito non osai spiegare ai dirigenti del mio passato da allenatore, dei corsi a Coverciano e di tutto il resto, mi limitavo ad accompagnare mio figlio e a fare qualche piccola commissione come volontario, per aiutare la società nei compiti più semplici. Col passare dei mesi scoprirono della mia passione per il calcio e Maurizio Vecchi mi chiese di sostituire l’allenatore della prima squadra. Era mercoledì, domenica andai in panchina”. Mister Cerbo non è un mercenario, è uno che ama la piazza, il territorio: “Durante gli anni ho ricevuto diverse offerte ma ho sempre preferito restare allo Sporting. Quando arrivai da Napoli mi accolsero subito come un fratello, anche oggi quando mi presento al bar è una festa, manco fossi Arrigo Sacchi”

Il caffè con Cerbo si fa amaro quando si trova a rispondere alla domanda che, per obbligo, occorre porre a chi ha vissuto gli anni d’oro del calcio italiano: “Cosa non le piace del calcio di oggi?” il mister, scuro in volto, non ha dubbi: “La piaga più grande? Dare spazio ad istruttori ed allenatori che vengono scelti solo perché sono in grado di portare uno sponsor, l’allenatore deve portare idee e qualità, non soldi. Questo malcostume sta avvelenando le Scuole Calcio, questo è il problema più grande”.

Torna a sorridere quando si parla di Gennaro Gattuso e del suo Napoli: “Ringhio è una grande persona, al Pisa pagava lo stipendio ai membri dello staff che non avevano più entrate, stiamo parlando di una persona di grande cuore che merita tante gioie, noi napoletani siamo felici di averlo con noi al San Paolo. Vedi, il calcio è più passionale nei paesi in cui c’è caldo, dove la temperatura è più alta. Sarà l’effetto delle condizioni climatiche, pensa al campionato d’Eccellenza in Campania e al campionato svedese: due mondi, due modi diversi di approcciarsi al calcio, due temperature diverse”.

In chiusura una chicca in stile Cerbo: “Per il futuro? Pensiamo meno ai soldi, ricordiamoci che i genitori di oggi lavorano come dei matti e che questi ragazzi spesso hanno la necessità di trovare negli allenatori e nei dirigenti delle scuole calcio dei veri e propri punti di riferimento. Aiutiamo le famiglie a educare questi giovani, dobbiamo essere di supporto, cerchiamo di lavorare insieme e con buonsenso senza alimentare falsi miti. Torniamo a ragionare col cuore e non col portafogli, il calcio locale è prima di tutto aggregazione e voglia di vivere la piazza”.

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