Blocco dei licenziamenti e chiusure: siamo seduti su una polveriera

Stiamo vivendo una rivoluzione-lampo che cambierà per sempre la nostra comunità, ma qualcosa può andare storto perché l’uomo non è una macchina e per vivere ha bisogno di sport, convivialità e cultura. Le promesse e gli algoritmi non bastano


Siamo al centro di una rivoluzione e a dirlo non sono io ma i numeri: cambia tutto, in maniera veloce e violenta, a confermare questo capovolgimento sono i dati, unici alleati certi nella confusione di questi giorni.

Negli ultimi mesi ben tredici milioni di italiani hanno scoperto le videochiamate mentre il valore dell’e-commerce nel nostro Paese vale ben 23 miliardi con un netto aumento del 26%.

Annaspano anche gli atenei che lasciano il posto al colosso della formazione a distanza, gigante che vale 330 miliardi a livello globale. Gli esperti dicono che nel prossimo biennio le aziende abbracceranno il mondo dei robot e che saranno installati ben 2,7 milioni di impianti altamente automatizzati. Non ci sarà nemmeno bisogno di uscire per visitare un museo o per accertarsi delle condizioni di un bene immobile: infatti almeno 3,5 miliardi di persone utilizzeranno la realtà aumentata nel quotidiano, nelle giornate di lavoro e di svago. Al resto penseranno le bambole gonfiabili interattive.

Cambia tutto, l’anello debole del proletariato oggi sono i magazzinieri, i corrieri, gli addetti alle piattaforme web. Sono loro che hanno preso il posto delle tute blu, dei metalmeccanici. Oggi siamo impegnati a rafforzare la logistica e l’universo delle spedizioni, del servizio porta a porta dietro al semplice click.

Se prima era occasionale l’acquisto online e sistematica la visita al supermercato o al negozio, oggi è il contrario. Non andiamo a scuola perché c’è la didattica a distanza, non andiamo al mercato perché è il mercato a venire da noi. Non andiamo al cinema perché c’è Netflix, non andiamo al lavoro perché col portatile possiamo fare di tutto, anche al cesso. Non andiamo, restiamo, da soli perché la famiglia non esiste più, si è estinta da tempo.

Tutto accade troppo velocemente senza tenere conto della cultura di ciascuno, degli usi e dei costumi di popoli che nel caffè ristretto coi colleghi hanno costruito un modo di vivere.

Il lockdown passerà, qualche ristoratore venderà casa per riaprire, altri invece chiuderanno per sempre e spetterà ai figli pagarne i debiti. Questo cambiamento continuerà la sua evoluzione, veloce e robotica, senza dare il tempo alle generazioni di assorbire il cambiamento. Saremo sempre più soli perché l’evoluzione non sarà virtuosa ma sarà dettata dai mercati, strumento in mano a pochi, mai così pochi nel corso della storia dell’umanità.

Troppo veloce il passaggio al digitale, troppa solitudine. Non si vive solo lavorando, mangiando e dormendo. Abbiamo bisogno del cinema, della cultura, di fare sport.

Qualcosa può sfuggire di mano.

L’isolamento, l’isteria dei social e la rabbia di intere categorie in ginocchio si stanno trasformando in proteste, a scendere in piazza tanta gente che, dopo pochi mesi, è costretta a richiudere, passando così dal bonus vacanza al serrate tutto alle diciotto in punto. Una virata che ha spezzato le reni a bar e ristoranti ma non solo. Dietro l’immenso indotto.

Il virus esiste, la pandemia c’è e fa male, ma si muore anche d’improvvisazione. In Italia la questione è particolarmente delicata, il tavolo dei governatori delle Regioni ha formato, di fatto, una terza camera, in certi versi più apprezzata della regia centrale, la parola autonomia è tra le più selezionate nel motore di ricerca.

Mentre la gente soffre e vive alla giornata c’è chi soffia sul fuoco della protesta nel tentativo di etichettare il malcontento, di piazzare una bandiera su una montagna mai scalata. Dietro alle proteste non c’è solo la malavita, che nella crisi economica trova terreno fertile per prestiti ed acquisizioni, non c’è solo l’estremismo, ma c’è soprattutto il barista morto suicida a Lodi perché non sapeva più come pagare i debiti.

Una polveriera pronta ad esplodere che potrebbe trovare la miccia in una bomba che ogni giorno diventa più grande: il blocco dei licenziamenti, provvedimento giusto nell’immediato ma prolungato per troppo tempo.

Le aziende private non sono organi governativi, non vivono di fondi statali ma di fatturati e utili. Licenziare è fisiologico, assumere è fisiologico. Bloccare i licenziamenti è come rinviare la visita dal dentista per evitare quel brutto dolore, ma nel frattempo l’infezione peggiora e le conseguenze potrebbero essere catastrofiche.

A questa bomba ad orologeria si aggiunge un Paese sempre più diviso: da una parte i garantiti, i 3,7 milioni di dipendenti Statali, il personale della scuola e tutto l’apparato di una locomotiva che non è mai riuscita a portare i vagoni in orario alla stazione, nemmeno questa volta. Dall’altra parte gli artigiani, le partite iva, i piccoli imprenditori, i lavoratori in proprio: una famiglia ampia che viene vista con astio da chi governa, perché chi decide sta nel primo gruppo, nella famiglia dei garantiti.

Aiuti e dialoghi senza battere ciglio ai colossi come Benetton e FCA, cambiamenti, negozi chiusi, l’oste incazzato nero, i licenziamenti in arrivo, gli istituti d’aste in agguato, le partite iva in ginocchio, i decreti alla domenica sera. Ingredienti che mettono tutti in guardia, troppe dirette Facebook, troppo scollamento tra le parti e nessun cambiamento all’orizzonte. All’opposizione conviene fare l’opposizione e il Governo non ha idee diverse dal monopattino e i banchi a rotelle.

Il clima nel Paese è pesante, da Catania a Torino, tutto può accadere se al centro non tornerà l’essere umano, che non è una macchina e non vive di algoritmi e nemmeno di promesse.


A cura di Amedeo Faino

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